La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è sempre stata una manifestazione tanto interessante sul piano della proposta filmica – grazie anche alla scoperta di cinematografie lontane, sconosciute e spesso emergenti – quanto stimolante sul piano dell’approfondimento critico, come dimostrano le sue numerose pubblicazioni e tavole rotonde.
Diretta da Pedro Armocida, la 55a edizione del Festival – svoltasi dal 15 al 22 giugno 2019 – conferma tutte le caratteristiche sopra citate con una selezione di titoli diversi per genere, nazionalità ed epoca: qui si va dal cinema italiano a quello internazionale, dallo sperimentale al popolare, dal passato al contemporaneo.
Questo a cominciare dal concorso, costituto da sette titoli di altrettanti giovani registi provenienti da diverse parti del globo. Tra questi si possono citare per esempio Square di Karolina Bregula (Polonia/Taiwan), Demons di Daniel Hui (Singapore) e Inland/Meseta di Juan Palacios (Spagna).
E se quella competitiva è una sezione in qualche modo “generalista”, ve ne sono altre più specifiche e tematiche, come per esempio le due dedicate al cinema italiano.
La prima è “Satellite”, incentrata sui linguaggi più sperimentali e fuori dalla norma, spazio dove convivono lavori di durate anche molto diverse tra loro, come dimostrano le circa tre ore e mezza di Non c’è nessuna Dark Side di Erik Negro e i tre minuti di Fantasmata di Donato Sica. E come spesso accade a Pesaro, ad arricchire il programma delle proiezioni vi è stata una tavola rotonda con gli autori intitolata “A che cosa serve il cinema?”, domanda che ha guidato l’intera sezione.
E quasi come contraltare all’avanguardistica “Satellite”, quest’anno il Festival ha dedicato una voce al cinema italiano di genere, teoricamente più popolare e mirato al grande pubblico. Una sezione che ha visto il contributo del Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e che spazia da grandi classici come Per un pugno di dollari di Sergio Leone e L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento ai più recenti Song’e napule dei Manetti Bros e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabrielle Mainetti. Una rassegna che ha accompagnato inoltre uno studio più approfondito sulla tematica, sfociato nella pubblicazione per la Marsilio Editori di Ieri, oggi, domani. Il cinema di genere in Italia, libro curato da Pedro Armocida e Boris Sollazzo contente diversi saggi sull’argomento e presentato sabato 22 giugno proprio durante la manifestazione pesarese.
E oltre all’ampio spazio dedicato al cinema italiano nelle sue varie forme e modalità, quest’anno il PFF si è concentrato in modo particolare sul rapporto tra sguardo femminile e settima arte. Lo dimostrano “Donne di cinema. Sguardi sul cinema spagnolo” e “Sguardi femminili russi” (sezioni su alcune giovani registe dei rispettivi paesi); “Femminismi” (retrospettiva sul cinema nato dalla Feminist Film Theory degli anni Settanta) e la personale sulla documentarista statunitense Lee Ann Schimdt. Tra i titoli di queste voci si possono citare Ana de dia di Andrea Jaurietta (Cinema spagnolo), Port di Aleksandra Streljanaja (“Sguardi femminili russi”), Saute ma ville di Chantal Akerman (“Femminismi”) e Purge this Land di Lee Ann Schimdt.
Tutto questo in un festival che ha proposto anche singoli eventi, come l’omaggio a Fuori orari: cose (mai) viste – il leggendario programma di Enrico Ghezzi che ha “educato” generazioni di cinefili -, la presentazione della rivista Sentieri selvaggi e del volume di Ilaria Feole C’era una volta in America edito da Gremesi, oltre alla proiezione di Adriano Aprà. Autoritratto di Pasquale Misuraca.
Tutte sezioni e iniziative che confermano la vitalità della Mostra, che ancora una volta ha dimostrato la sua attenzione ai nuovi orizzonti, ai giovani autori e alla riflessione critica, questa volta con un occhio particolare al cinema italiano di genere.

Juri Saitta